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sabato 27 agosto 2011

sabato 20 agosto 2011



Accade di tanto in tanto che un libro semplicemente "spacchi" la routine. Adesso è il momento di "Differente" di Youngme Moon, un testo per "persone che non leggono libri di business", un libro che sembra una conversazione intima con un amico che ha riflettuto su come funziona il mondo, e che ti conduce a vederlo in un modo completamente nuovo. Se c'è una convinzione comune che pervade ogni impresa, in ogni settore, è l'importanza di "competere come pazzi" per differenziarsi. Tuttavia, questo testa-a-testa con i concorrenti su funzioni, quantità, prezzi e ogni altro aspetto di prodotti e servizi - ha l'effetto perverso di rendervi uguali a chiunque altro. Il messaggio di Youngme Moon è semplice. Uscite da questo meccanismo che non vi sta portando da nessuna parte. Aspirate a offrire al mondo qualcosa di significativamente differente - differente in un modo che sia insieme fondamentale ed esauriente. Lungo la strada, questa premiata docente e innovatrice attinge alle sue ricerche, ai suoi case study e alle sue esperienze per tessere una ragnatela di storie di imprese "alternative", mavericks e iconoclasti che hanno profondamente rigettato l'ortodossia in favore di un approccio più avventuroso, con coraggio, immaginazione e passione. Il risultato è una decostruzione mozzafiato della strana e meravigliosa cultura in cui viviamo e consumiamo, una "fotografia" della differenziazione diversa da qualunque altra si possa trovare nel business oggi.

 

Drive

La soprendente verità su ciò che ci motiva sul lavoro e nella vita

  • Daniel H. Pink
  •  21,00 euro

Dettagli

Come motivate i vostri collaboratori? E come fate con i vostri figli/genitori/ vicini? Usate ricompense materiali, incentivi in denaro, premi di “produzione”?
Male. Siete sulla strada giusta per non ottenere risultati e peggiorare la performance di chi lavora per voi o di chi volete spingere verso un obiettivo.
Dopo Daniel Goleman che ha cambiato per sempre la nostra idea di intelligenza, e Malcolm Gladwell che ha trasformato quella di conoscenza, Dan Pink rivoluziona tutte le nostre convinzioni sulla motivazione: non solo “il bastone e la carota” non funzionano, ma spesso possono addirittura essere controproducenti.
Con stile brillante, esempi concreti e osservazioni sorprendenti, il libro dimostra che le persone sono spinte al successo non da promesse monetarie ma dalla “motivazione intrinseca” – cioè dal profondo bisogno umano di dirigere la propria vita, di imparare e di creare nuove cose – e spiega con consigli concreti come agire su questa leva.
Uno di quei rari libri che può trasformarci la vita, a tutti i livelli: in famiglia e al lavoro, come singoli individui o membri di organizzazioni complesse.

Mercanti e sacerdoti

Breve storia del teatro e della festa

di Paolo Zenoni
Prezzo: 18,00 Euro

I "mercanti e sacerdoti" del titolo sono gli attori e tutti coloro che, con ruoli diversi, hanno percorso dalle origini le vie sociali della teatralità, accomunati da un disegno alto e umanissimo: procurarsi da vivere accompagnando gli altri alla ricerca della loro spiritualità, individuale e collettiva.

Spiritualità che emerge, nelle società arcaiche come in quelle contemporanee, in un tempo speciale, quello della festa. Teatro e festa hanno avuto un millenario percorso comune e forse dovranno tornare ad averlo.

Il volume presenta la storia del teatro, in particolare italiano, a partire dalla tradizione greca e latina, secondo una lettura socio-antropologica che la connette al rito e al concetto di sacro e che vede la teatralità realizzarsi nel tempo forte della festa. Di quest'ultima analizza le origini e le trasformazioni, soprattutto nazionali, nella loro versione devozionale, civile e politica.

In breve

  • Per un’idea di teatro/festa
  • Il percorso comune
  • Il distacco
  • Il percorso del teatro…
  • … e quello della festa
  • Per un rapporto tra teatro-festa e società
  • Lasciate che la pioggia cada su questi boschi!
  • Questioni preliminari e conseguenti

L'autore

Paolo Zenoni, operatore, autore e regista teatrale, ha fondato e lavora presso Appi - Milano, Ente di Promozione Teatrale Nazionale, e insegna Discipline dello Spettacolo presso la Facoltà di Sociologia dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca.


Csikszentmihalyi, psicologo comportamentista, teorico della felicità e del benessere, traspone in questa nuova opera le tematiche della felicità e del benessere nel mondo del lavoro, nelle pratiche quotidiane aziendali e in genere lavorative. I veri leader, quelli "visionari" sono quelli che riescono a gestire le imprese in modo da raggiungere un duplice risultato: il successo economico e un comportamento umano eticamente corretto. Per arrivare a questo obiettivo bisogna attenersi a tre principi fondamentali che consentono di ristabilire l'equilibrio fra l'aspetto materiale e quello spirituale dell'attività economica: perseguire un fine che arrechi benefici all'intera società e ispiri la forza lavoro a fare del suo meglio; guadagnare la fiducia e il rispetto dei dipendenti, favorendone la crescita nel luogo di lavoro; creare un prodotto che non serva soltanto a generare ricavi, ma che giovi sostanzialmente al genere umano.
 
 

FLOW (quando si raggiunge lo stato di grazia)

         
          Tratto dal sito http://www.in-psicoterapia.com/
Inserendosi all’interno del dibattito della socio-psico-biologia, gli autori danno un contributo interessante agli studi sulla "selezione culturale", attraverso varie ricerche e metodologie per indagare l’esperienza, il vissuto delle persone nel loro ambiente, proponendo la "teoria" del flusso di coscienza e due questionari: il Flow Q (questionario dello stato di flusso di coscienza) e l’ESM (experience sampling method).
I tre fattori: genetico, culturale, psicologico, sono considerati ugualmente responsabili dell’evoluzione umana; infatti, studiando il fattore finora più trascurato (la mente, la coscienza), gli autori cercano di pareggiare il conto evitando "riduzionismi" ed "essenzialismi".
Il volume si presenta come "un viaggio nella dimensione dell’esperienza umana". L’ESM viene proposto come uno strumento per la rilevazione e la mappatura di questa dimensione; mentre la "teoria" del flusso di coscienza intende offrire indicatori preziosi per comprendere le motivazioni, gli orientamenti e la selezione alla base dell’esperienza quotidiana.
Punto di partenza dello studio dell’esperienza è, ovviamente, la definizione di questa: "definiamo "esperienza" la focalizzazione dei processi di attenzione sulle interrelazioni dei dati presenti nella coscienza" (p. 370). Coscienza e attenzione sono considerati due sistemi interagenti: lo stato di coscienza dipende dal funzionamento dei processi selettivi, dal loro focalizzarsi su certi oggetti esterni o interni e non su altri.
Questa osservazione contiene implicazioni molto generali rispetto alla selezione culturale: "Ogni sistema sociale per poter sopravvivere ed evolvere deve cioè essere in grado di attrarre positivamente l’energia psichica degli individui sulle istruzioni culturali che lo conformano e caratterizzano. I valori, le norme, le istituzioni di una cultura, in altre parole la memoria culturale extrasomatica, esistono e si trasmettono nel tempo in funzione delle modalità di investimento di energia psichica individuale, "dipendendo così dalla stessa fonte da cui dipende l’esperienza individuale"" (374).
In questo senso diventa ineludibile un’analisi dei sistemi motivazionali che sottostanno al comportamento umano, in quanto l’orientamento dell’attenzione su uno scopo definisce la motivazione e quindi la spinta al comportamento. Per gli autori le motivazioni endogene derivano da intenzioni e scopi che il soggetto sente nascere dal proprio interno. Sarebbe tuttavia auspicabile un ulteriore sforzo di articolazione relativo all’aspetto psicologico-culturale delle motivazioni: il significato che una certa condotta assume per l’individuo al di là della gratificazione immediata e al di là delle implicazioni psicobiologiche dell’esperienza. Un tipo particolare di motivazione endogena è quello stato psicologico "ottimale" chiamato flow (flusso di coscienza), che, per gli AA., non sembra a sua volta orientato da una "motivazione ottimale": tale stato sarebbe talmente gratificante da essere ricercato in svariati modi, indipendentemente da una motivazione orientata alla crescita (meta-bisogni). La sua descrizione da parte di soggetti impegnati nelle più diverse attività (alpinismo, jogging, studio…) ha permesso agli autori di giungere a una definizione "trasversale" dell’esperienza flow:
a) l’attenzione è completamente concentrata su un campo di stimoli limitato;
b) il soggetto è completamente immerso nella situazione;
c) si sente in controllo delle proprie azioni e dell’ambiente;
d) scompare l’io ordinario con le sue preoccupazioni;
e) la gratificazione è legata all’esperienza stessa,
f) la situazione è chiara, non conflittuale o contraddittoria;
g) vi è equilibrio fra la percezione della difficoltà della situazione e del compito (challenge) e le capacità personali (skills).
Proprio il vissuto di equilibrio tra challenge e skills permetterebbe l’instaurarsi dello stato di flusso. "Tre sono quindi gli elementi fondamentali delle situazioni di flusso di coscienza: un grande investimento di attenzione sulla situazione in atto; una sensazione di benessere e di soddisfazione personale; la presenza di un impegno a cui corrispondono capacità personali adeguate" (p. 383).
L’attività che permette di esperire uno stato di flusso tenderà ad essere ripetuta; fino a che il livello di complessità può seguire l’innalzamento delle capacità. Il risultato di questa "escalation" è una crescente complessificazione sia dell’individuo (i suoi skills) che delle attività o compiti (challenges). In tal senso, lo sviluppo del comportamento è inteso come un progressivo aumento di complessità del sé individuale: attraverso lo stato di flusso di coscienza si realizzerebbe lo sviluppo del sé. Qui il termine sviluppo è sinonimo di complessificazione e di aumento di capacità, non fa riferimento a una dimensione etico-spirituale (l’autorealizzazione), sottolineata dalla prospettiva transpersonale.
Gli autori rilevano come lo stato di flusso rivesta un ruolo fondamentale anche per lo sviluppo di una intera cultura, in quanto il processo di evoluzione culturale sarebbe interrelato ai processi di selezione psicologica umana: "lo sviluppo del sé, la crescita individuale rappresenta un processo di evoluzione conseguente a una continua selezione: la selezione psicologica" (p. 446). Lo sviluppo appare come la risultante di una continua interazione tra skills e challenges, ambedue di complessità elevabile all’infinito.
In questo senso, come già notavamo, attività molto diverse sono assimilate, trascurando il significato peculiare che ognuna riveste nel progetto esistenziale dell’individuo. Così "meditare" e "guardare la TV" rischiano di essere considerate egualmente attività di flow, e come tali poco distinguibili nella loro funzione evolutiva (psicologica e culturale). Le ricerche condotte con l’ESM e il Flow Questionnaire evidenziano, infatti, le regolarità nel fluire dell’esperienza quotidiana, la frequenza dello stato di flusso e i diversi tipi di attività a cui questo si associa; in definitiva il flow è visto, aspecificamente, come un "attrattore" della evoluzione individuale e, contemporaneamente, della selezione culturale.
Diverse ricerche (presso gli indiani Navajo e su un campione thailandese) hanno evidenziato la validità transculturale del costrutto "stato di flusso", mentre in una ricerca su un campione di tossicodipendenti gli autori hanno mostrato differenze sostanziali tra l’esperienza ottimale connessa all’assunzione di droga e quella connessa ad attività lavorativa. Questo tipo di ricerca differenziale consentirà di specificare sempre di più le differenze qualitative (in termini di attribuzione di significato) tra i diversi stati di flusso e la loro valenza evolutiva.
Quanto finora acquisito riguardo alle condizioni che facilitano lo stato di flusso (controllo, concentrazione, immersione totale, coltivazione di competenze), viene esemplificato da uno studio sulla storia dei gesuiti (che apre a considerazioni e a un lessico meno darwinista), ovvero: la disciplina come condizione per l’insorgenza del flow. "La tesi che vogliamo sviluppare è che le regole gesuitiche fornivano un insieme ottimale di condizioni per cui i giovani che si accostavano a esse potevano vivere la totalità della loro esistenza come un’unica esperienza di flusso di coscienza [...] La Compagnia di Gesù è un esempio di un’istituzione che cercò di organizzare tutta l’esperienza globale di una persona come un insieme di regole che comprendono ogni aspetto della realtà. Il suo successo dipende dalla capacità di integrare le esistenze dei propri membri in un progetto stimolante, impegnativo e unitario" (p. 472). L’indeterminazione, l’incertezza sulla direzione della condotta umana è una delle fonti principali di ansietà e di malessere. I gesuiti crearono uno stile di vita coerente e ordinato sostenuto da una concezione del mondo molto chiara. Attraverso: la strutturazione e l’orientamento dell’attenzione, i feedback chiari da parte dei superiori, il perfezionamento della ragione (studio e capacità logiche), il coinvolgimento nei problemi sociali, gli esercizi spirituali.
I processi attentivi costituiscono lo strumento per ordinare, strutturare l’esperienza e la condotta. Infatti la psicosi viene interpretata, dagli autori, come una "comune incapacità di concentrazione e focalizzazione dell’attenzione [...]; individui che non sono in grado di identificare nella propria vita opportunità d’azione su cui potersi concentrare e su cui investire la propria energia psichica possono incorrere con maggiore facilità in quadri patologici rispetto a soggetti che tendono a ricercare attivamente nell’ambiente challenges cui applicare le proprie risorse psichiche" (p. 566-567).
Nella vastità dei riferimenti culturali in cui la proposta di questo volume si muove, ci sembra che un ulteriore approfondimento possa venire dal confronto di questo orientamento di ricerca col ricco humus epistemologico della psicologia culturale, col paradigma della complessità e con la psicologia transpersonale. Inoltre, la considerazione di alcune posizioni filosofiche, etiche, religiose, potrebbe dare indicazioni sulla valutazione (qualitativa) dei diversi tipi di flusso (regressivi o evolutivi?), sul loro indirizzo evolutivo, in un senso etico-religioso più che darwiniano, come sviluppo spirituale e sapienziale.

Michele Cavallo

venerdì 19 agosto 2011

Una proposta di legge per la NATUROLOGIA


La Naturopatia – o sarebbe meglio dire la Naturologia, in quanto alla lettera significherebbe lo studio della natura e quindi dei rimedi naturali, e di conseguenza l’operatore si chiamerebbe il Naturologo - è una disciplina antica che intende insegnare le varie tecniche per ripristinare l’equilibrio energetico dentro di noi e per migliorare quello esistente, nella promozione di un migliore benessere.
Prende le mosse anche dalla scuola medica salernitana, che già dal XIII secolo ammoniva che per stare bene occorreva avere ”Mens sana in corpore sano” e cioè, diremmo oggi, una: ”Mentalità sana in un corpo sano”. La Naturopatia fa suo questo antico precetto e pertanto intende risvegliare l’attenzione di tutti, su quelle che sono le regole, i ritmi e le coordinate naturali per tentare di soffrire di meno, di vivere meglio e di garantirsi una serena vecchiaia.
le arti e discipline naturologiche o bio-naturali
sono un settore emergente con un ritmo di cresci-
ta particolarmente intenso e per questo degno di
attenzione.
In special modo nell’ultimo decennio si sono
affermate e diffuse, nella quotidiana realtà sociale,
numerose arti, attività, discipline, stili di vita, ge-
nerate dalla evoluzione e ricerca della cultura po-
polare, sociale e dall’afflusso di nuove esperienze,
esterne, generate dall’interscambio sempre più
attivo, tra culture e società di tutto il globo, grazie
al progresso tecnologico.
Dopo aver monitorato il territorio regionale e
nazionale ed esserci confrontati con realtà similari
già  inquadrate  in  altre  regioni  ed  in  Europa  ne
viene fuori un quadro estremamente eterogeneo e
complesso che necessita, da parte delle istituzio-
ni, di un’attenzione maggiore particolare.
Queste culture, arti e discipline si denominano
con nomenclature più o meno appropriate e spes-
so diverse o esotiche anche se nella sostanza
culturale ed applicativa sono simili; ciò crea, nel
cittadino e non solo, una confusione e difficoltà di
identificazione.
Nonostante  ciò,  queste  arti  e  discipline
naturologiche o bio-naturali, hanno in comune:
a)  il concetto, che è il “naturale”, da alcuni deno-
minato “biologico”;
b)  lo scopo, che è il miglioramento della qualità
della  vita,  stimolato  attraverso  conoscenze,
pratiche anche manuali e apporto integrativo di
elementi naturali.
Per cui si suggerisce di mantenere il termine
naturale  e  di  utilizzarlo  per  identificare  questo
eterogeneo  insieme  di  nomi,  definizioni,  arti  e
discipline.
Poiché ogni attività umana è innanzitutto cultu-
ra, si suggerisce il conio del termine “Naturalogia”
o “Naturologico”.
Quindi la naturalogia o il naturologico è quel
settore che raccoglie in un unico insieme quanto
sia studio, ricerca, cultura, arti pratiche, prassi e
tecniche esercitate per favorire il raggiungimento,
il miglioramento e la conservazione del benessere
globale della persona.
Perciò si consiglia la identificazione della figu-
ra del “Naturologo” come termine generale e di
categoria  per  gli  operatori  del  settore,  così  da
creare una identità professionale oltre che favorire
ad identificare con nomi aggiuntivi le varie attività,
discipline e quanto altro in questo ambito, in modo
da non generare confusione nel cittadino, in parti-
colare, per le denominazioni che attualmente, in
uso comune, sono portatori di espressioni come
terapeuta, terapia o terapico che iducono a pensa-
re a cure di tipo medico o sanitarie, oppure bio,
biologico, in riferimento a quanto già è identificato
con questi termini.
Credo opportuno ribadire che la naturalogia e
le arti o discipline o specializzazioni esercitate dal
naturologo si prefiggono una identità salutistica
precisa e distinguibile da ogni altra attività profes-
sionale nel contesto della salute e del naturale.
Quindi la naturalogia e le discipline o specia-
lizzazioni esercitate dal naturologo non si prefig-
gono la cura di patologie, non sono riconducibili
alle attività di cura e riabilitazione, né ad attività di
prescrizione di dieta, né di attività già disciplinate
da  leggi  come  attività  estetica,  tatuaggio,  pier-
cing, ecc.
Le discipline del benessere, arti e discipline
naturologiche  o  bio-naturali  di  cui  si  occupa  la
naturalogia ed il naturologo, anche nella loro diver-
sità ed eterogeneità, si riconoscono e sono fonda-
te su alcuni principi essenziali e guida come:
a)  approccio  globale  alla  persona  ed  alla  sua
condizione;
b)  avere come scopo il miglioramento della quali-
tà di vita, che si consegue anche attraverso
stimolazione delle risorse vitali della persona,
anche con manipolazioni, massaggi, pressioni
e sollecitazioni a livello dermico;
c)  educazione a stili di vita psico-bio-fisici salubri,
ad abitudini alimentari sane, alla integrazione
alimentare, al migliore rendimento della strut-
tura e resistenza allo sforzo ed alla maggior
consapevolezza dei propri comportamenti per
il rispetto proprio e dell’ambiente;
d)  non interferenza nel rapporto medico-paziente
ed astensione dal ricorso all’uso e prescrizio-
ne  dei  farmaci  di  qualsiasi  tipo,  in  quanto
estranei alla competenza del naturologo;
e)  per il naturologo il possesso di adeguata for-
mazione che lo identifica come figura profes-
sionale, che gli permetta di rafforzare la sua
opera educativa ed evolutiva, per favorire la
piena e consapevole assunzione di responsa-
bilità di ciascun individuo in relazione al proprio
stile  di  vita  e  stimolare  le  risorse  vitali  della
persona, intesa come entità globale ed indivi-
sibile.
Questa  legge,  come  già  in  altre  Regioni,
Emilia Romagna, Toscana, Lombardia ecc., vuole
dare risposta, a quattro esigenze:
1)  dare un nome a tutto un settore così da essere
immediatamente visibile e distinguibile;
2)  identificare  le  strutture  ed  entità  associative
operanti in questo settore dando loro la possi-
bilità di interagire ed orientarsi nel reciproco
rispetto in modo che ognuna persegua la didat-
tica e la formazione in modo orientato;
3)  riconoscere o istituire la figura professionale
del “Naturologo” quale operatore delle arti e
discipline naturologiche o bio-naturali
4)  tutelare  il  cittadino  nella  qualità  ed  efficacia
delle attività e degli operatori in queste disci-
pline.
Al momento, le arti e discipline naturologiche o
bio-naturali,  largamente  praticate,  sono  regola-
mentate solo sotto il profilo economico e fiscale,
ciò, però, non tutela il cittadino sulla qualità del
servizio, neanche sotto il profilo culturale.
A  fronte  di  richiesta  sempre  più  grande  ed
elevato aumento dei praticanti (a volte improv-
visatori), corre obbligo a questa istituzione, che ha
come compito fondamentale quello di garantire ai
cittadini la tutela nei diversi interessi, di istituire,
almeno, organismi di controllo il cui compito sia
verificare che le attività per il pubblico siano con-
formi alle regole e alle categorie culturali su cui si
fonda la società.
Per questo è necessario un controllo ed una
regolamentazione pubblica. Questa è la finalità di
questa legge che definisce negli articoli:
articolo 1: finalità;
articolo 2: definizioni e principi in riferimento
alla definizione di naturalogia e di naturologo;
articolo 3: profilo professionale e competenze;
articolo 4: funzioni e compiti della Regione con
cui l’istituto regionale dispone organi di rappresen-
tanza e di governo con un comitato di rappresen-
tanza e con la istituzione di appositi registri per gli
enti di formazione e i professionisti;
articolo 5: composizione e compiti del comi-
tato;
articolo 6: compiti delle commissioni specifi-
che di disciplina;
articolo 7: registro dei naturologi ed operatori in
discipline bio-naturali;
articolo 8: registro degli enti di formazione;
articolo 9: iter formativo;
articolo 10: intese interregionali;
articolo 11: norme di salvaguardia;
articolo 12: forme di intervento regionale;
articolo 13: norma finanziaria;
articolo 14: norme transitorie.REGIONE  MARCHE — 4 — CONSIGLIO REGIONALE
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VIII LEGISLATURA — DOCUMENTI — PROPOSTE DI LEGGE E DI ATTO AMMINISTRATIVO — RELAZIONI
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Art. 1
(Finalità)
1. La Regione, nel promuovere la qualità della
vita delle persone, migliorare le attività tese alla
conservazione della salute, del benessere ed as-
sicurare ai cittadini, che intendono accedere al-
l’apprendimento e all’esercizio corretto e profes-
sionale  delle  stesse  pratiche  finalizzate  al  rag-
giungimento del benessere, individua con la pre-
sente legge le strutture didattiche e le attività, di
seguito denominate arti e discipline naturologiche
o bio-naturali o discipline del benessere.
2. Tali attività e studi hanno per finalità il man-
tenimento ed il recupero dello stato di benessere
della persona, non hanno carattere di prestazioni
sanitarie, tendono a stimolare le risorse vitali d del-
l’individuo con metodi ed elementi la cui efficacia
sia stata verificata nei contesti culturali e geografi-
ci in cui le discipline sono sorte o si sono sviluppa-
te o dalla tradizione popolare accettate o pratica-
te.  Tale  insieme  ha  una  caratteristica  socio-
culturale comune che da sempre è stata popo-
larmente identificata come “naturale”, sia nel terri-
torio italiano che nella comunità europea, per cui
di fatto si può definire con “Naturalogia” o “Natu-
rologia”, studio del naturale, da cui il termine di
“Naturologo” per gli operatori del settore. Questa
definizione del contesto didattico-filosofico e pro-
fessionale operativo, oltre a dare una identità spe-
cifica  alla  tradizione  evolutiva  popolare  ed  alla
professione, pone, anche, una immediata lettura
delle arti, attività e discipline del benessere o bio-
naturali differenziandole dalle discipline a presta-
zioni  sanitarie,  perché  non  contengono  termini
come terapia, da altri contesti, perché non con-
tengono suffissi che possano far pensare al conte-
sto delle culture biologiche o similari.
Art. 2
(Definizione e principi)
1. Per naturologia si intende l’insieme dei con-
cetti, studi, arti, pratiche, tecniche, metodi e mo-
delli di vita e comportamenti inseriti nel concetto
del naturale, che sempre più si evolve, per garanti-
re o migliorare la qualità della vita.
2.  Il  naturologo  è  un  operatore  salutistico  o
della salute o del benessere, non sanitario, che
utilizza la naturologia, arti e pratiche, che stimola-
no o aiutano le risorse naturali dell’individuo, mira-
te  al  fisiologico  stato  di  salute-benessere,  alla
difesa ed al ripristino delle migliori condizioni della
persona, alla integrazione armonica negli stati diREGIONE  MARCHE — 5 — CONSIGLIO REGIONALE
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VIII LEGISLATURA — DOCUMENTI — PROPOSTE DI LEGGE E DI ATTO AMMINISTRATIVO — RELAZIONI
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disagio  psicofisico  e,  quindi,  tecniche  o  cono-
scenze volte a generare una migliore qualità della
vita.
3. Il naturologo opera nei seguenti ambiti:
a)  educativo: educare le persone a conoscere e
gestire il proprio equilibrio psicofisico indican-
do i comportamenti più idonei da seguire;
b)  preventivo: riconoscere in stili di vita inadeguati
la causa sempre più frequente di un peggiora-
mento della qualità della vita ed insegnare ai
clienti stili di vita e metodiche per il recupero
ed il mantenimento di condizioni di benessere;
c)  assistenziale: aiutare il cliente o il dolente a
riconoscere i propri eventuali squilibri psico-
fisico-emozionali o predisposizioni ad essi e
proporre ed applicare metodiche dolci o prassi,
per favorire il ripristino fisiologico dell’equilibrio
e del benessere secondo una visione naturo-
logica globale della persona.
Art. 3
(Profilo professionale e competenze)
1. Il naturologo è in possesso di un diploma
conseguito presso un istituto pubblico o privato
accreditato, al termine di un percorso formativo
quadriennale di 3.200 ore, di cui 200 di pratica,
dopo il superamento di verifiche annuali e di un
esame finale con discussione di una tesi e conse-
guente valutazione di merito.
2. Il naturologo accompagna, indirizza e pro-
muove l’individuo al benessere e al mantenimento
della salute attraverso:
a)  l’osservazione e la definizione del terreno e
della costituzione psico-bio-fisica per una valu-
tazione naturologica del cliente;
b)  l’educazione e l’informazione su:
1)  alimentazione ed integrazione naturale;
2)  igiene;
3)  attività fisica;
4)  stili di vita;
c)  l’educazione all’abitare secondo principi di ar-
chitettura organica ed ecologica ed in armonia
con l’ambiente;
d)  l’utilizzo  di  tecniche  psico-bio-fisiche  quali  il
massaggio, il rilassamento e la respirazione;
e)  l’utilizzo di metodi o preparati o rimedi della
fitoterapia, di integrazione o di orientamento
alimentare, di olii essenziali per uso interno ed
esterno, di floriterapia, spagiria o di quanto non
sia registrato come farmaco;
f)   lo stimolo delle potenzialità di auto guarigione
dell’organismo;
g)  lo sviluppo nel soggetto di una presa di co-
scienza delle proprie dinamiche relazionali e
conflittuali.REGIONE  MARCHE — 6 — CONSIGLIO REGIONALE
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VIII LEGISLATURA — DOCUMENTI — PROPOSTE DI LEGGE E DI ATTO AMMINISTRATIVO — RELAZIONI
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3. Le pratiche svolte dal naturologo non hanno
carattere  di  prestazioni  sanitarie  ed  anche  se
hanno una rilevazione di dati ed osservazioni per
finalità orientative non si prefiggono la diagnosi, la
cura e la riabilitazione di patologie specifiche, né
la prescrizione di farmaci o diete.
4. Il naturologo opera di norma come libero
professionista o in centri di benessere, palestre,
centri fitness, centri estetici, strutture termali e di
balneazione ed in ambiti anche propri e in coeren-
za con le competenze di cui al presente articolo.
Art. 4
(Funzioni e compiti della Regione)
1. Per realizzare le finalità dell’articolo 1, entro
novanta giorni dall’entrata in vigore della presente
legge, la Giunta regionale istituisce presso l’as-
sessorato alla formazione e lavoro il Comitato di
coordinamento regionale per la didattica delle di-
scipline naturologiche e bio-naturali (CCR), di se-
guito denominato Comitato, come organo di rap-
presentanza e controllo della didattica e attività
delle arti e discipline naturologiche o bio-naturali.
Il Comitato è istituito secondo i principi di sussi-
diarietà, partecipazione e responsabilità, con cura
di garantire, tra i suoi componenti, la più ampia
pluralità di discipline, di metodiche e scuole che
siano congrue ai principi ed alle finalità ispiratrici
della legge. Elabora e stabilisce i requisiti di ac-
cesso,  i  criteri  di  funzionamento,  le  modalità
di elezione dell’organo di governo del Comitato
stesso.
2. In accordo con il Comitato, la Giunta identi-
fica e regolamenta, con propria delibera, le varie
discipline.
3. Istituisce il registro regionale degli enti di
formazione per operatori in arti e discipline naturo-
logiche o bio-naturali.
4. Istituisce il registro regionale degli operatori
in arti e discipline naturologiche o bio-naturali.
Art. 5
(Composizione e compiti del Comitato)
1. II Comitato è composto da:
a)  un rappresentante operatore, per ogni discipli-
na bio-naturale, presente sul territorio regiona-
le e operante da non meno di tre anni, con
titolo  preferenziale  legato  ad  abilitazione,  a
partita IVA, a diploma riconosciuto, al maggior
numero di anni di professione ed attestati;
b)  un  rappresentante  per  ogni  associazione  di
operatori e per ogni ente di formazione, asso-
ciazione o consorzio di enti, per la formazione
in naturologia o in discipline bio-naturali, che
abbia rilevanza regionale, pubblico o privato,
che  abbia  organizzato  corsi  della  durata  diREGIONE  MARCHE — 7 — CONSIGLIO REGIONALE
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VIII LEGISLATURA — DOCUMENTI — PROPOSTE DI LEGGE E DI ATTO AMMINISTRATIVO — RELAZIONI
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almeno  un  anno  o  che,  se  privato,  sia  sul
territorio da almeno dieci anni o non meno di
quattro anni (fa fede la data di costituzione).
I rappresentanti di cui alle lettere a) e b) in sintonia
con le direttive europee recepite dallo Stato, con-
corrono all’elezione per la costituzione dell’organo
di governo, Comitato di coordinamento regionale,
in cui è loro garantita una rappresentanza maggio-
ritaria.
2. La composizione del Comitato può essere,
di volta in volta, integrata dalla Giunta regionale
con la presenza di suoi rappresentanti scelti tra:
a)  esperti in formazione e lavoro, assistenza, sa-
nità e ricerca universitaria;
b)  rappresentanti di associazioni di famiglie;
c)  rappresentanti di associazioni di consumatori.
3. Il Comitato, in coerenza con le finalità della
legge, opera al fine di:
a)  stabilire regole deontologiche comuni alle varie
discipline; proporre iniziative tese a valorizzare
l’attività degli operatori anche nell’ambito extra
regionale;
b)  valutare la validità delle discipline esistenti e di
quelle emergenti ai fini del loro riconoscimen-
to;
c)  istituire commissioni specifiche per ogni disci-
plina, attività e settori stabilendone funzioni e
regolamenti, nominandone i componenti scelti
tra gli appartenenti alla stessa disciplina, attivi-
tà e settore;
d)  verificare e convalidare le scuole di formazione
professionale  che  volessero  essere  ricono-
sciute dalla Regione in conformità ai criteri e
alle qualifiche stabilite dalle specifiche com-
missioni;
e)  verificare e convalidare le decisioni delle com-
missioni in merito all’ordinamento delle disci-
pline;
f)    istituire un comitato di probiviri per dirimere le
controversie interne al Comitato ed alle com-
missioni;
g)  istituire un organo di autocontrollo sulle attività
professionali e formative delle varie discipline.
h)  salvare dalla scomparsa, inquadrare e organiz-
zare nel sociale, con commissioni apposite o
delegando e sostenendo strutture già costitui-
te con questa prerogativa, metodiche psicofi-
siche anche se non ancora riconosciute dalla
scienza, ma che hanno impatto sociale, cultu-
rale  o  necessità  di  regole,  professionalità  e
controllo nel comportamento per tutelare il cit-
tadino che desidera utilizzarle o applicarle;
i)   svolgere  funzioni  di  supporto  tecnico,  ed  in
particolare:
1)  propone i contenuti dei programmi dei per-
corsi formativi nelle diverse discipline;REGIONE  MARCHE — 8 — CONSIGLIO REGIONALE
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2)  elabora i criteri di valutazione dei percorsi
formativi e dei programmi di aggiornamento
degli enti di formazione;
3)  partecipa alla definizione dei requisiti per
l’iscrizione nei registri di cui agli articoli 7
e 8;
4)  valuta le domande di iscrizione;
5)  promuove iniziative volte alla salvaguardia,
alla correttezza ed alla qualità delle presta-
zioni  nel  rispetto  delle  regole  comporta-
mentali stabilite in sintonia con le associa-
zioni di settore;
6)  formula proposte e pareri inerenti agli inter-
venti regionali volti a salvaguardare la tutela
del rapporto tra naturologi ed utenti;
7)  propone iniziative tese a valorizzare l’attivi-
tà degli operatori anche nell’ambito extra
regionale.
4. I componenti e i compiti del Comitato pos-
sono essere modificati, per motivate ragioni, su
proposta dell’assemblea del Comitato, con delibe-
ra di Giunta.
Art. 6
(Compito delle commissioni
specifiche di disciplina)
1. La commissione di cui all’articolo 5, comma
3, lettere c), h), ha il compito di regolamentare il
settore specifico di sua competenza secondo le
funzioni e i modi stabiliti dal governo del Comitato.
Le sue decisioni devono essere valutate e convali-
date dal governo del Comitato stesso.
2.  La  commissione  deve  essere  composta,
ordinariamente, da esponenti della stessa disci-
plina  ed  in  essa  devono  essere  rappresentate,
nella forma più ampia possibile, le varie scuole di
pensiero.
Art. 7
(Registro dei naturologi
ed operatori in discipline bio-naturali)
1. Per le finalità di cui all’articolo 1, comma 1,
è istituito il registro regionale naturologi ed opera-
tori in discipline bio-naturali, con elenchi per tecni-
ci e specialisti, suddiviso in sezioni corrispondenti
alle diverse discipline, di seguito denominato regi-
stro.
2. Al registro possono iscriversi coloro i quali
abbiano seguito percorsi formativi riconosciuti dal-
la Regione in base a criteri definiti dal comitato
tecnico scientifico e dagli accordi stipulati dallo
Stato nell’interscambio internazionale.
3. L’iscrizione nel registro non costituisce co-
munque condizione necessaria per l’esercizio del-
l’attività sul territorio regionale da parte degli ope-
ratori.REGIONE  MARCHE — 9 — CONSIGLIO REGIONALE
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4. L’istituzione presso la Giunta regionale dei
registri  di  cui  al  presente  e  successivo  articolo
non comporta oneri a carico del bilancio regionale.
Art. 8
(Registro degli enti di formazione)
1.  E’  istituito,  presso  la  Giunta  regionale,  il
registro  regionale  degli  enti  di  formazione  in
naturologia o in discipline bio-naturali.
2. L’iscrizione nel registro costituisce condi-
zione per l’accreditamento degli enti di formazione
in naturologia o in discipline bio-naturali, pubblici e
privati, in possesso degli standard qualitativi e dei
requisiti organizzativi stabiliti in ambito regionale,
nonché per il riconoscimento dei percorsi formativi
gestiti dagli enti medesimi.
Art. 9
(Iter formativo)
1. Il titolo viene rilasciato da enti di formazione
pubblici, regionali, associazioni o privati accredi-
tati, od in associazione fra loro, al termine di un
iter formativo.
2. L’individuazione dei requisiti di accesso ai
percorsi per naturologo o operatore in discipline
bio-naturali e l’eventuale riconoscimento di crediti
formativi per la riduzione della durata dei percorsi
si effettua in coerenza con quanto previsto dalle
leggi europee, di Stato e regionali o successivi
provvedimenti di attuazione in merito a figure pro-
fessionali, qualifica e standard formativi.
3. Il percorso formativo si articola in un corso
base iniziale e propedeutico di almeno 400 ore,
con approfondimenti specifici in indirizzi individua-
ti con delibera della Giunta regionale su proposta
del Comitato di cui all’articolo 5. Questo percorso,
che  termina  con  una  valutazione  finale,  è  indi-
spensabile per chi non fosse in possesso di diplo-
ma  o  maturità  o  che  abbia  maturato  sufficienti
crediti lavorativi. Dopo questo corso e comunque
per  tutti  è  istituito  colloquio  di  ingresso  all’iter
formativo.
4. Nell’ambito di queste attività ed iter formativi
per arti e discipline naturologiche o bio-naturali
sono individuate tre tipologie:
a)  attività che implicano una preparazione post-
maturità  superiore  di  almeno  o  superiori  a
3.200  ore  (quattro  anni)  di  studio  +  200  di
pratica;
b)  attività che implicano una preparazione post-
maturità  superiore  di  almeno  2.400  ore  (tre
anni) di studio + 200 di pratica;
c)  attività che implicano una preparazione post-
maturità di almeno 800 ore di studio +200 di
pratica.REGIONE  MARCHE — 10 — CONSIGLIO REGIONALE
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Art. 10
(Intese interregionali)
1. La Regione promuove la conclusione di ap-
posite intese con le altre Regioni per il reciproco
riconoscimento dei percorsi formativi, attinenti alle
arti e discipline naturologiche o bio-naturali, previ-
sti nei rispettivi ambiti territoriali.
Art. 11
(Norma di salvaguardia)
1. Gli operatori che, all’entrata in vigore della
presente  legge,  abbiano  completato  un  ciclo
formativo completo rispondente ai contenuti didat-
tici  ed  agli  standard  qualitativi  definiti  ai  sensi
dell’articolo 7, comma 3, e che abbiano documen-
tato  l’esercizio  dell’attività,  possono  richiedere
l’iscrizione nella competente sezione del registro
regionale, acquisito il parere favorevole del Co-
mitato.
Art. 12
(Forme di intervento regionale)
1. La Regione favorisce le forme associative tra
i naturologi e gli operatori in discipline bio-naturali
anche attraverso la valorizzazione degli aspetti
peculiari di ciascuna disciplina.
2. La previsione negli statuti o negli atti costi-
tutivi delle associazioni di naturologi e di operatori
in discipline bio-naturali, di norme che dispongano
forme  di  controllo,  regole  comporta-mentali  ed
azioni disciplinari interne a garanzia del corretto
svolgimento dell’attività da parte dei propri asso-
ciati è considerata requisito per l’accesso prefe-
renziale ai contributi erogati dalla Regione.
Art. 13
(Norma finanziaria)
1. Per le spese relative al funzionamento del
Comitato si provvede con le somme appositamen-
te stanziate nel bilancio di previsione per l’eserci-
zio 2006 e successivi.
2. All’autorizzazione delle altre spese previste
dai  precedenti  articoli  si  provvederà  con  legge
successiva.
Art. 14
(Norme transitorie)
1. I professionisti e gli enti di formazione già
accreditati, da almeno un anno dall’entrata in vigo-
re  della  presente  legge,  presso  le  associazioni
operanti nel territorio della regione e che abbiano iREGIONE  MARCHE — 11 — CONSIGLIO REGIONALE
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requisiti per essere ammessi al Comitato di co-
ordinamento di cui all’articolo 4, comma 1, potran-
no richiedere di diritto l’iscrizione ai registri regio-
nali  di  cui  agli  articoli  7  e  8,  entro  centottanta
giorni dall’istituzione dei registri stessi.

NATUROLOGO sinonimo di NATUROPATA

La domanda o meglio un insieme di interrogativi dovuti alla non conoscenza dell’argomento è quello che desta la maggiore curiosità.  Per cui credo di fare cosa gradita dando una risposta a questi quesiti più semplici. Nel rispondere cercherò di chiarire i molti equivoci che da taluni, troppi, operatori poco competenti e poco professionali manifestano con terminologie, da indurre a pensare ad azioni mediche.
La domanda per eccellenza è: il Naturologo, chi è?
Il Naturologo è una figura professionale emergente riconosciuta in alcuni stati della comunità europea con vari nomi e tipologia. È un professionista che ha conseguito un diploma al compimento del Corso Superiore di Naturologia presso un istituto superiore o Scuola Superiore riconosciuto. Il Corso di almeno tre anni accademici deve essere a livello Universitario e meglio sarebbe, che tale Istituto superiore ponesse attenzione alla preparazione filosofica, poiché è questa l’anima della Naturologia. La disciplina che domina il corso è la PsicoBioFisica che permette di far crescere e stimolare nell’allievo la particolare visione d’insieme ben radicata sui canoni scientifici della fisica, matematica, chimica. Altre materie si identificano a quelle di base per il corso di Medicina es. Anatomia, Fisiologia, Biochimica, ecc., ad esse sono affiancate materie specifiche come es. Fitologia, la Osteopatia, ecc.   Ciò permette al Naturologo di avere un bagaglio culturale sufficiente a svolgere l'attività di consulenza che si identifica in quattro punti determinanti: guardare, ascoltare, ipotizzare, esporre o proporre.
Il Naturologo - il Medico, Quale la differenza?
Il Medico ed il Naturologo nella rispettiva indagine ed approccio con il paziente o cliente utilizzano criteri differenti di osservazione e valutazione. Il medico è proteso a ricercare la causa o condizione biologica della patologia del paziente attraverso indagini di laboratorio o strumentali ed attacca direttamente la malattia o la causa con due sistemi, farmacologico e/o chirurgico. In questo modo il paziente è sostanzialmente passivo.  Per la medicina convenzionale o allopatica il paziente si identifica con la malattia o l'organo malato.  Il Medico Visita, fa Diagnosi, Prescrive Protocolli Farmacologici o Chirurgici.   Il Naturologo, invece, interagisce con il cliente indipendentemente se malato o non malato, alla ricerca di ciò che può essere la carenza che ha determinato o determina la sofferenza o dolenza che induce il cliente stesso ad interessarsi di se.  Il Naturologo non cerca la causa ma il perché, il come. Perché il corpo è arrivato a manifestare la sofferenza. Perché l'unità Uomo non esprime la sua condizione armonica che si traduce in una ben nota sensazione di salute fisica, psichica e soprattutto di interazione Psico-Fisica?  Lo scopo ed il fine della Naturologia e del Naturologo è aiutare la persona a riequilibrare la propria “energia” poiché un fisico ben equilibrato ha tutto il potenziale per mantenere la propria salute negli accettabili limiti di compatibilità con la vita.
Che cos’è, cosa si intende per naturologia?
La Naturologia è un insieme di trattamenti con prodotti naturali e/o l’insieme di diverse tecniche più o meno conosciute. La più nota nel nostro paese è senza dubbio il fitopreparato, derivato dalla conoscenza della medicina popolare, praticata fin dai tempi più antichi e alla quale ha ampiamente attinto la moderna farmacopea le cui specialità di sintesi, circa il 40 %,  sono nate copiando le molecole vegetali.  Molto diverso, tuttavia, rispetto alla medicina ufficiale è il concetto alla base dell'uso che dei principi vegetali si fa in Naturologia. Altre tecniche che si avvalgono del potere degli elementi naturali, sono l’uso degli Alimenti, il Digiuno, la Integrazione Alimentare (Dietalimento), la Idroterapia (acqua), la Argilloterapia (terra), la Elioterapia (aria e sole), nonché i Microdermostimoli e le Riflessoterapie e le Trattamenti Termali. L’Organismo o ogni corpo (Unità PBF), in quanto unità PsicoBioFisica risponde in maniera propria; agisce secondo le proprie leggi biologiche e biochimiche nel suo naturale e fisiologico sistema di adeguamento.
Quindi attimo per attimo, reagisce alle varie sollecitazioni o stimoli della dimensione, ad esso esterna.  L’aria, l’acqua, la terra ecc. che fanno parte della dimensione esterna, determina nell’organismo che vi vive delle reazioni; infatti anche la minima variazione della concentrazione ionica nell’atmosfera, modifica nello stesso istante  quella dei liquidi dei corpi dei vari organismi viventi, questo lo sa molto bene chi è affetto dalla sindrome metereopatica. Alla luce di quanto affermato definiamo che “il terreno” per il Naturologo è composto dal sistema Nervoso,  Umorale e Strutturale proprio dell’individuo o dell’Unità PsicoBioFisica.  è’ fondamentale aiutare l’organismo, unità PsicoBioFisica, a drenare, disintossicarsi riattivando i propri naturali e fisiologici metabolismi.
Come funziona?
Nonostante la loro diversità, le numerose tecniche che confluiscono nella Naturologia si richiamano all'unico principio secondo il quale la natura, buona madre, possiede la capacità di guarire attraverso le stesse forze vitali che il corpo umano possiede.  La salute è vista dai Naturologi come una dotazione naturale che viene coltivata con una igiene di vita ed adeguata interazione di cui la attività più macroscopica è l’alimentazione. La prevenzione è il vero campo di azione della Naturologia. La malattia è considerata in senso costruttivo, cioè come lo sforzo organico del corpo, Unità PsiocBioFisica, per mantenersi compatibile con la vita,  essa quindi è un’azione di risposta allo stimolo esterno.  Per il Naturologo il malato non è un paziente o portatore sano o colui che subisce una azione devastante da un quid, bensì è un uomo o unità PsicoBioFisica che reagisce ad una azione. Questa azione reattiva determina un disequilibrio  che genera nello stesso organismo la sensazione emozionale di sofferenza o dolenza.  Le  tecniche naturologiche e la integrazione Alimentare “dr. Verde program”  puntano a favorire il drenaggio, a depurare l'organismo e quindi a dare al corpo la possibilità di ripristinarne l’equilibrio perso. La idro-integrazione, per esempio, mette il corpo nella possibilità di agire sul metabolismo locale e sui meccanismi di termo-regolazione che attivano la circolazione sanguina e linfatica che hanno lo scopo di favorire il ricambio e la riparazione dei tessuti.
La Integrazione Alimentare, Dietalimento, del “dr.Verde program”, poiché non altera il normale modo di alimentarsi, viene considerato un mezzo di facile utilizzo, di potente disintossicazione, e se eseguito con costanza innesca le forze guaritrici dell’organismo. Perché l’utilizzo di questi elementi naturali abbia successo, però, occorre seguire con attenzione e costanza i consigli del Naturologo.

sabato 13 agosto 2011

Doppi Sensi

... da un simpatico gemellaggio mancato

I consiglieri di minoranza del comune di Lecco hanno chiesto ed ottenuto che fosse messa ai voti la proposta di gemellaggio con la città di Figa in Slovacchia.
In risposta alle numerose critiche scaturite dall'iniziativa, i promotori del gemellaggio hanno parlato di azione situazionista in polemica con la giunta comunale della città lombarda. La proposta è stata comunque bocciata.
Ecco invece come nella Pompei romana (e dunque non leghista) tale proposta venisse invece accolta:
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/a4/Pompeii-oral.jpg
Ma anche al giorno d'oggi, volendo, gli esempi non mancano:
http://farm4.static.flickr.com/3265/2555326407_b32fd3c9ca.jpg
e anche in pose più aereodinamiche:
http://4.bp.blogspot.com/_v0641cDjL6I/SUEWH3O12VI/AAAAAAAABgQ/zPItlAqLcaE/s400/scan+5.jpg

La Vista e la Visione come approccio agli Dèi
- parte testuale con al fondo quella visiva -

<<L'intensità, essendo un aspetto dell' intento, è collegata per natura
allo scintillìo degli occhi degli stregoni>>

Carlos Castaneda, IL POTERE DEL SILENZIO
http://sedonaconciergeservices.com/wp-content/uploads/2010/06/Shaman-Face.jpg

Testo e selezione delle immagini di Alcamon Ram Haros
Uno degli intenti che più dovrebbe animare un autentico spirito pagano dovrebbe essere quello di incentivare sempre più fenomeni di entropia costruttiva. Innescare paure e alimentare polemiche va invece esattamente nel senso opposto. Perché, vedete, il pagano che percorre il suo sentiero spirituale non ha bisogno della fede in qualche divinità, unica o molteplice che sia. L'unica vera fede del pagano deve risiedere nella sua Visione delle cose che non è però qualcosa di statico, di fissato per sempre in qualche dogma, ma di estremamente dinamico in quanto procede attraverso un duplice processo. Uno più esterno ed è il discernimento ovvero il saper discernere valutando persone, situazioni, avvenimenti per come si mostrano e, soprattutto, per come si celano (...) onde poter in qualche modo intervenire su tutto ciò in quanto l'occhio, tramite la luce, non solo percepisce ma pure trasforma la realtà.
Non è un caso che la simbologia attinente molte fra le più eccelse divinità dei vari pantheon metta in risalto le qualità più prodigiose della vista: la Nottola di Atena che vede attraverso l'oscurità; HORus (e Freyja) come Falco capace di distinguere dalle più notevoli distanze; il terzo occhio di Shiva che può creare e che può distruggere; poi c'è l'occhio che Wotan, l'orbo divino, ha sacrificato rivolgendolo verso l' interno per poter così guardare dentro...
I popoli di Natura ne sono una testimonianza esemplare. Ottant'anni fa, un esploratore che visitava la Nuova Zelanda scoprì che i Maori hanno una vista così acuta che molti di loro riescono a vedere a occhio nudo le quattro lune più grandi del pianeta Giove. Ma cos'altro vogliono comunicarci gli Dèi ed i loro simboli con gli altissimi sguardi? Forse che per distinguere le liberatorie relazioni di Potenza dagli invischianti e inaridenti rapporti di Potere occorre aver sviluppato il discernimento in quanto alle volte il crinale che le separa (perché c'è sempre un crinale a separarle) può essere anche molto sottile e pertanto difficilmente distinguibile. Via via, passando per le esperienze di Potenza ci si apre la strada alla Percezione, sempre più intensa ed espansa.
Infatti, l'altra via per la Visione oltrepassa la Ragione; essa è più sottile ed interiore e riguarda la Percezione, la quale necessita di una predisposizione che può essere più o meno innata e/o più o meno indotta e che si afferma via via affinandosi mediante metodo e autodisciplina. Da qui l'importanza degli atti rituali, della loro adeguata ripetizione cadenzata attraverso il tempo e lo spazio che così acquisiscono sacralità nel contempo spiritualizzando la materia e materializzando lo spirito. Tale è, per sommi capi, la procedura che avvia all' apertura del Terzo Occhio che dunque consiste nella trasformazione dell'Invisibile in Visibile, punto culminante della Visione che avviene quando la più completa Esperienza di Potenza è ormai entrata a far parte integrante del proprio essere.
Chi vuole afferrare l'invisibile deve penetrare fin nelle viscere del visibile
Max Beckmann, artista tedesco

http://www.gruppoitalianocivette.it/nuovo/images/Athena%2520Noctua%2520Warrior.jpg
http://triangulations.files.wordpress.com/2010/01/shiva-third-eye.jpg
http://www.houstonsymphony.org/images/cms/Ring%20Page/wotan-odin1.gif
http://thumbs.dreamstime.com/thumblarge_290/1216298361ZL8H84.jpg http://theunexplainedmysteries.com/images/eye-of-horus-backdrop.jpg

L' (H)oro di HatHor ) (


Ogni giorno qualcosa di naturale è ottenuto attraverso l'arte, ogni giorno qualcosa di divino si compie attraverso la natura, che i veggenti egizi chiamarono Natura maga, ovvero Potere magico in persona, nell'attrazione dei simili attraverso le cose simili, dei corrispondenti attraverso le cose corrispondenti
Cornelio Agrippa di Nettesheim nel suo capolavoro iniziatico De occulta philosofia del 1530, tutto costruito sulla legge di attrazione.

Gli Egizi chiamavano la manna mfkzt, mentre gli alessandrini le veneravano come un dono dal Paradiso, gli antichi popoli mesopotamici le chiamavano shem-an-na, e in seguito alchimisti come Nicolas Flamelle la definirono <<pietra filosofale>>. In tutte le epoche della sua storia, la sacra "polvere della proiezione" era nota per i suoi straordinari poteri di levitazione, trasmutazione e teletrasporto. Si diceva che producesse una luce intensa e raggi mortali, e che allo stesso tempo, fosse la chiave miracolosa per ottenere un fisico longevo e attivo.
http://eshop.esoteric-center.biz/images/product/1245eg.jpg

Recentemente, l' Institute for Advanced Studies del Texas ha descritto la sostanza come "materia esotica", e la sua superconduttività è stata descritta dal Center for Advanced Study dell'Illinois come "la più sensazionale proprietà fisica nell'Universo".
Emerge lampante, in ogni modo, dai documenti antichi, che le proprietà di superconduttività e antigravità erano conosciute, anche se non comprese appieno, già in un passato remoto, in cui erano viste come sacra levitazione o come divina comunicazione, o come potere fenomenico dell' electrikus. Questa sostanza esotica secondo la bibbia faceva parte del reame mistico dell'Arca dell' Alleanza - lo scrigno d'oro, che Mosé portò con sè dal Monte Sinai, e che successivamente fu collocato nel Tempio di Gerusalemme.
I primissimi documenti riguardanti la manna altrimenti definita come polvere mfkzt sono il mistero più antico del mondo e rappresentano la sintesi suprema del concetto di <<miracolo>>. Tornando all'antico Egitto, troviamo ulteriori riferimenti al mfkzt in vari luoghi sacri. Uno di questi è collegato ai tesori del faraone Tuthmosis III, riprodotti in un bassorilievo nel tempio di Kamak. Nella sezione dei metalli, vi troviamo un certo numero di oggetti conici. Alcuni geroglifici spiegano che sono fatti d'oro, ciononostante recano l'alquanto strana dicitura: "Pane bianco" o “MANNA”. MANNA…UN PANE FATTO DI LUCE. L'associazione tra la polvere e la luce venne riscoperta dall'archeologo Sir William Flinders Petrie nel 1904, il quale, cercando tra la desolazione delle montagne della zona del Sinai per l'Egypt Exploration Fund, rinvenne un tempio egizio, sino ad allora sconosciuto, sulla cima del Monte Serabìt, meglio conosciuto come Monte Horeb, dal racconto biblico di Mosé e dell' Arca dell' Alleanza. In quel complesso di sale e santuari, si trovano numerose iscrizioni che si riferiscono al mfkzt, accompagnati da una varietà di geroglifici associati alla luce. Inoltre, in linea con le incisioni di Karnak, sono state rilevate rappresentazioni di pani conici anche nei graffiti del Serabìt. In uno di questi è raffigurato Tuthmosis III in presenza della dea Hathor. Davanti a lui vi sono due afe votive apparecchiate con fiori di loto e dietro di lui un uomo con in mano un oggetto conico descritto come "pane bianco". Un altro rilievo ritrae il tesoriere Sobekhotep, mentre offre un pane conico al faraone Amenhotep II!. In quest' occasione Sobekhotep viene descritto come <<colui che portò la nobile e preziosa pietra a sua maestà - e viene chiamato - il Supremo Custode dei segreti della Casa dell'Oro>>.
In ogni caso, dove la polvere di proiezione mfkzt viene accostata all'oro, al pane e alla luce, e viene indicata come una "pietra", è sempre associata anche al fuoco. È interessante notare che tutti questi aspetti si trovano riuniti nel Libro di Giobbe, dell' Antico Testamento, che recita: "Come la terra, da essa viene il pane; e quando viene accesa si tramuta in fuoco. Le sue pietre sono il luogo degli zaffiri, e contiene la polvere dell'oro".
Un altro testo biblico, dal libro dell'Esodo, descrive questa misteriosa combinazione, ma in una forma che si avvicina molto alla connotazione di "pane", descrivendo la polvere come una sorta di cibo. Essa appare nella storia di Mosé e degli Israeliti sul Monte Horeb nella regione del Sinai, quando Mosé viene scandalizzato dalla scoperta che suo fratello Aronne ha raccolto gli anelli d'oro degli Israeliti e da essi ha forgiato un vitello d'oro come idolo da adorare (il vitello d'oro è una delle rappresentazioni della Dea HatHor). Il racconto riporta che Mosé prese il vitello d'oro, lo bruciò con il fuoco, trasformandolo in polvere, e lo diede da mangiare agli Israeliti.
Questo racconto ha lasciato i teologi alquanto perplessi, poiché scaldando o bruciando l'oro col fuoco, naturalmente, non produce polvere; piuttosto produce oro fuso. Più avanti nella storia, tuttavia, viene spiegato che la fine polvere poteva essere asciugata con l'incenso e lavorata in pani bianchi, che l'antica bibbia dei Settanta chiama "pane della presenza". Tutto ciò è combinato con racconti di incendi sulle montagne, e la grande importanza dell' Arca dell' Alleanza, lo scrigno d'oro che scoccava mortali dardi di luce dalle ali del cherubino che ne sormontava il coperchio. La Sacra Manna diventa il pane della presenza di dio e viene identificata con le saette di luce o scintille miracolose provenienti dall' Arca.
Lo scrigno d’oro della Manna veniva anche definito electrikus.
http://www.isolafelice.info/images/foto_varie/HATOR.jpg

A Karnak, all'incirca nel 1450 a.c., il faraone Tuthmosis III fondò la sua confraternita metallurgica dei Mastri Artigiani, con 39 membri dell' Alto Consiglio. Venivano chiamati la Grande Fratellanza Bianca - un nome che si diceva derivasse dal loro uso di una misteriosa polvere bianca di proiezione.
http://www.dnaalchemy.com/sitebuilder/images/Hathor2-245x315.jpg

LA VERA PIETRA FILOSOFALE?
Essa viene menzionata in maniera estremamente specifica nei Testi delle Piramidi egizi - scritture sacre che adornano la piramide-tomba di re Unas, a Saqqara, risalente alla V dinastia. In questi testi è descritto il luogo in cui si dice che il re sarebbe vissuto per sempre insieme agli dèi, un luogo che viene chiamato "campo di mfkzt" - un luogo etereo associato a una dimensione ultraterrena definita "campo dei beati". I misteriosi processi miracolosi che coinvolgono l'oro sembra che siano avvolti da un'aura mistico alchemica dal momento che la "polvere bianca di proiezione" monoatomica , costituita da metalli nobilli, veniva classificata come "pietra".

Un alchimista del XVII sec. Ireneo Filalete, rinomato filosofo britannico, stimato da Isaac Newton, Robert Boyle, Elias Ashmole e altri illustri personaggi del suo tempo, scrisse, nel 1667, un trattato intitolato “Segreti rivelati”. In tale saggio discusse la natura della pietra filosofale, che veniva comunemente ritenuta in grado di trasmutare qualsiasi metallo in oro. Per la precisione, Filalete fu il primo a rilevare che la stessa "pietra" era costituita da oro e che l'arte del filosofo risiedeva unicamente nel perfezionamento del processo: "La nostra Pietra non è altro che oro al più alto grado di purezza e sopraffine stabilità [...]. Il nostro oro, non più volgare, è il fine ultimo della Natura". In un altro trattato “Breve guida al Rubino Celestiale” Filalete si pronunciò in proposito nel modo seguente: "Viene chiamata "pietra" in virtù della sua natura stabile; resiste efficacemente all'azione del fuoco come ogni altra pietra. Come specie si tratta di oro purissimo; è stabile e incombustibile come una pietra, ma la sua apparenza è quella di una polvere finissima". Prima di Filalete, nel XV sec., l'alchimista francese Nicolas Flemel scrisse nel suo testamento, datato 22 novembre 1416, che quando il metallo nobile viene perfettamente essiccato e sedimentato, si presenta sotto forma di una fine "polvere d'oro" che è, in realtà, la pietra filosofale.
http://www.thetemplepriestess.com/images/hathor.jpg

Manna o <<Pietra del Paradiso>>
La polvere figura ritorna anche in un documento alessandrino chiamato Iter Alexandri Magni ad Paradisium. Si tratta di un'antica parabola sul viaggio di Alessandro Magno in Paradiso - il regno di Ahura Mazda, il dio persiano della luce. Nel racconto viene menzionata l'incantata pietra del Paradiso, che aveva diverse proprietà magiche e si diceva potesse diventare molto più pesante del suo volume in oro anche se, in caso venisse polverizzata, persino una piuma peserebbe di più!
http://2.bp.blogspot.com/_zhvwtm9gu7A/SaFQSDfa0nI/AAAAAAAAAbo/PrDYe-4SFoI/s400/hathor.jpg

Nell’antica Babilonia, l'enigmatica polvere bianca veniva chiamata an-na, con il significato di "pietra di fuoco" e, quando veniva lavorata in pani conici, si chiamava shem-an-na ponendo in rilievo la forma conica o allungata della "pietra di fuoco". Secondo la bibbia, gli israeliti chiamavano la polvere "manna”.
Giuseppe Flavio ha spiegato nelle sue Antichità giudaiche che la parola manna nacque, in realtà, da una domanda, che significava "Che cos'è?" e il libro dell'Esodo sembra confermare tale ipotesi, affermando: "La chiamavano manna perché non sapevano cosa fosse".
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LA GNOSI BIANCA
Ciò è perfettamente in linea con le rivelazioni che fa il Libro dei morti egizio (noto anche come Papiro di Ani). Questo rotolo del XVIII sec. rinvenuto a Tebe, e acquistato dal British Museum nel 1888, è riccamente illustrato e lungo più di 23 m. In questo antico papiro rituale, il pane della presenza è associato al faraone che vuole raggiungere l'illuminazione finale e, al completamento di ogni stadio del suo viaggio, egli pone la ripetitiva domanda: "Che cos'è?". Altri testi simili risalgono al III millennio a.e.v., ed è chiaro dai rilievi del Monte Seràbit che i sovrani egizi ingerivano la bianca manna d'oro sin dal 2180 a.e.v. circa. Tuttavia, solamente gli adepti metallurghi della scuola misterica (i Mastri Artigiani) conoscevano i segreti della sua manifattura, e il sommo sacerdote di Memfi possedeva il titolo di Grande Artificiere.

Manna come metodo filosofico per raggiungere la "illuminazione finale", gnosis, un ideale di ricerca perpetua.
Accanto a un corpo fisico, gli Egizi credevano che gli esseri umani possedessero anche un "corpo di luce", che, similmente a quello di carne, doveva essere nutrito per crescere e prosperare.
Il corpo di luce era chiamato ka e, anche se si trattava essenzialmente di una parte intangibile dell' esistenza umana, si credeva rimanesse in vita nell' Aldilà. Il cibo del ka era la luce, che generava illuminazione, e la sostanza che generava la luce era la polvere bianca mfkzt ricavata dall'oro.
Non solo il mfkzt è riemerso dal lontano passato per trovare un nuovo significato nella ricerca della Fisica Quantistica, ma anche l'Arca dell' Alleanza, con i suoi racconti di lampi, levitazione e altri attributi divini desunti dagli antichi testi, è diventata quasi all'improvviso una realtà scientifica moderna.
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Durante tutto il secolo scorso, particolarmente dai tempi di Albert Einstein in poi, gli scienziati si sono affannati nella febbrile ricerca della fisica moderna "Teoria unificata del tutto". Ciò ha portato ad alcune stupefacenti scoperte e alla creazione di un linguaggio completamente nuovo, che annovera vocaboli come "superstringhe", "quark" e "superconduttività", oltre a una nuova consapevolezza riguardante piani di esistenza finora sconosciuti, al di là del nostro familiare spazio-tempo. Nel campo della meccanica quantistica, gli scienziati hanno recentemente confermato che la materia può, in realtà, trovarsi in due luoghi contemporaneamente.
È ormai un fatto assodato che, attraverso la connessione tra i "quanti", particelle lontane milioni di anni luce tra loro possono interagire senza alcun contatto fisico. Al giorno d'oggi, lo spazio-tempo può essere manipolato e il teletrasporto sta per diventare una realtà, in quanto i materiali antigravitazionali costituiranno presto la nuova frontiera del trasporto aereo, mentre la scienza virtuale ci ha fornito una maggiore comprensione dell'ambiente iperdimensionale.

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Un documento importante si rivela il Libro Le misteriose origini dei re del Graal (Ed. Newton & Compton, Roma, 2000) dove si discute intorno alle proprietà dell' oro e del platino monoatomici e venivano annunciate le potenzialità di questi metalli nobili in materia di carburanti ecologici che avrebbero soppiantato i carburanti fossili per i mezzi di trasporto e per altri scopi.
Ancora più approfonditamente, sono state evidenziate le proprietà antigravitazionali di queste sostanze granulari bianche, sulle loro capacità di superconduttori e su come sono in grado di piegare lo spazio-tempo e condizionare gli usi futuri nel campo della medicina, in special modo per il trattamento del cancro.
Ciò che realmente sorprende di queste enigmatiche polveri bianche composte da metalli del gruppo dell'oro e del platino, è il numero elevato di spin …. Lo spin è la velocità di rotazione su sè stessa di una particella subatomica, che può essere indicata in senso orario o antiorario con i simboli (+) e (-)…. Ma sembra che questa non sia una scoperta recente.

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Streghe o Janare


Le janare sono figure caratteristiche della civiltà contadina. Nella tradizione, esse erano fattucchiere in grado di compiere malefici ed incantesimi, di preparare filtri magici e pozioni in grado di procurare aborti. Tuttavia non si conosceva l'identità delle janare: esse di giorno potevano condurre una esistenza tranquilla senza dare adito a sospetti. Di notte, però, dopo essersi cosparse le ascelle (secondo altri il petto) di un unguento magico, esse avevano la capacità di spiccare il volo lanciandosi nel vuoto a cavallo di una granata, cioè una scopa costruita con saggina essiccata. Nel momento del balzo, pronunciavano la frase:
Sott'a l'acqua, sott'a 'r vient, sott'a la noc d' Bnvient
sotto l'acqua e nel vento, sotto il noce di Benevento

Qualcuno ha avanzato l'ipotesi che il misterioso unguento fosse una sostanza allucinogena. In tal caso alcune delle storie fantastiche che si raccontano sarebbero nate dalle allucinazioni vissute delle persone che facevano uso di tale unguento.
Si racconta anche che le janare preferissero radunarsi nelle sere di tempesta, quando il vento soffia impetuoso e la pioggia cade incessante, mentre le tenebre, squarciate dai lampi delle folgori, lasciavano scorgere le orripilanti sembianze di quelle donne demoniache che a cavallo delle loro scope, volavano in direzione del noce di Benevento.

Le sensazioni che la leggenda delle janare inducono, si possono cogliere nella celeberrima opera "Una Notte sul Monte Calvo" di Modest Mussorgsky (sinfonia utilizzata anche per commentare alcune scene nel film di animazione "Fantasia" di Walt Disney). Secondo la tradizione, l'autore compose la sinfonia dopo aver soggiornato a Montecalvo Irpino, ospite della duchessa Maddalena Pignatelli, la quale era figlia di Pietro Fesenko, consigliere dello zar Nicola II. Si dice che Mussorgsky restò molto colpito dall'atmosfera che si respirava a Montecalvo Irpino, suggestionato dai luoghi, dalla storia, dalle leggende delle streghe che prendevano il volo per ritrovarsi ai piedi del noce di Benevento dove celebravano il loro sabba.
Se si ascolta la sinfonia e si chiudono per un attimo gli occhi, sembrerà di vedere le streghe volare, volteggiare attorno al noce, in una corsa spasmodica a cavallo della loro scopa, sino a quando l'arrivo del mattino, salutato dal suono delle campane, non dissolve le tenebre sciogliendo allo stesso tempo la riunione demoniaca.
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La natura incorporea delle janare, faceva sì che potessero entrare nelle abitazioni penetrando sotto le porte, come un soffio di vento, oppure penetrando dalle finestre come un lieve spiffero. Per evitare che esse potessero entrare, dietro alle porte e alle finestre venivano appesi sacchetti di sale o scope. La tradizione vuole che la janara, prima di entrare in casa, dovesse contare tutti gli acini di sale o tutti i fili o le fibre che formano la scopa. La ianara, così, era costretta ad espletare il compito ma nel frattempo sopraggiungeva l'alba e la ianara era costretta a ritornare nella propria abitazione.

I malefici che una janara poteva provocare erano diversi. La ianara poteva provocare aborti o essere la causa di infertilità, poteva entrare di notte nelle abitazioni e "torcere" i bambini, facendoli piangere per il dolore ed a volte causando la loro deformità. Le ianare erano anche responsabili della sensazione di "oppressione" sul petto che a volte si avverte mentre si giace supini - come se qualcuno con le proprie mani esercitasse una pressione sul nostro sterno. Questa sensazione di oppressione a volte è accompagnata dalla impossibilità di gridare o di chiedere aiuto. Le vecchine spiegano tali sensazioni con la solita frase, in cui riecheggia una saggezza antica: "Sono le ianare che ti premono".
Le persone del popolo erano impressionate dai racconti sulle janare. Quando in un gruppo di persone che si intrattenevano a parlare in qualche vicolo, qualcuno pronunciava la parola "ianara", immediatamente le donne alzavano le mani al cielo ed esclamavano la frase "oggi è sabato", che sembra avesse un valore scaramantico.

Le ianare erano conosciute anche per i dispetti che facevano ai contadini, manomettendo i loro strumenti di lavoro, facendo marcire le loro provviste.
Alcuni contadini assicurano che di mattina, recandosi nella stalla, trovavano i cavalli sudati (si racconta che a volte succedesse lo stesso con le mucche) come se avessero cavalcato per tutta la notte; a volte i crini delle loro criniere erano raccolti in numerose treccine.
Ovviamente la responsabilità di tali prodigi, veniva attribuita alle janare.

Sino agli inizi degli anni Sessanta, era in uso in alcune zone interne del sud avvolgere i neonati nel "fascione". Esso era costituito da strisce di stoffa avvolte attorno al corpo del bambino allo scopo di farlo crescere "diritto". Si pensava, infatti, che le ossa ancora in formazione dei neonati, se non tenute diritte durante i primi giorni di vita (di soliti i primi 30-40 giorni), avrebbero potuto presentare delle malformazioni.
Ci è stato raccontato che alla fine degli anni '40, un bambino dormiva nel letto matrimoniale dei genitori, tra il padre e la madre. Era nato da poche settimane ed ancora portava il "fascione" (il suo corpo era completamente avvolto nelle bende, ad eccezione della testa). Inspiegabilmente il mattino seguente il bambino fu trovato sotto il letto ed incominciò ad avere forti dolori allo stomaco. La spiegazione fu che "le ianare gli avevano succhiato il liquido dallo stomaco". Per farlo guarire, gli fu dato da bere del latte particolare.

Si racconta che una notte un marito si accorse che la moglie si era alzata dal letto. L'uomo di nascosto seguì la donna spiando tutto ciò che ella faceva. Vide la moglie afferrare un vasetto contenente un misterioso unguento, cospargersi il corpo con quell'impasto e buttarsi nel vuoto dalla finestra, prendendo il volo.
Resosi conto, quindi, che la moglie era una janara, il marito sostituì l'unguento magico della moglie con del semplice olio che tuttavia aveva lo stesso aspetto.
Di lì a pochi giorni, la janara si alzò nottetempo e, preso nuovamente il solito vasetto, si cosparse il corpo dell'unguento contenuto nel vasetto, quindi si buttò dalla finestra. Quella notte, però, non prese il volo ma precipitò a terra e morì.
Questa storia l'abbiamo sentita raccontare dalle vecchiette ma probabilmente deriva da un poemetto napoletano ottocentesco dal titolo "Storia della famosa noce di Benevento".
La storia racconta che un marito scoprì che la propria moglie era una ianara. Le rivelò ciò che aveva scoperto e le chiese di essere condotto al Sabba per poter partecipare anch'egli alla riunione di tutte le janare. Il sabato seguente, la moglie janara condusse il marito al Sabba che si celebrava sotto un grande noce. Lì erano raccolte tutte le ianare del mondo - secondo alcuni erano circa 2.000.
Nel convegno malefico, si mangiava e si beveva. L'ingenuo marito, notando che il cibo era sciapito, chiese del sale, ma appena ebbe condito col sale la pietanza che stava mangiando e l'ebbe assaggiata, il banchetto notturno che si trovava dinnanzi a lui scomparve improvvisamente. Egli restò isolato nella campagna, in un luogo a lui sconosciuto. Il mattino seguente incontrò un contadino e gli chiese dove si trovassero. Il contadino gli rispose: "alle porte di Benevento".

La leggenda delle streghe di Benevento, diffusasi in Europa a partire dal XIII secolo, è una delle ragioni principali della fama della città campana. La credenza popolare secondo cui Benevento sarebbe il luogo di raduno delle streghe italiane è piuttosto ricca di risvolti, e ne rimane vago il confine tra realtà e immaginazione. Svariati sono gli scrittori, musicisti, artisti, che ne hanno tratto ispirazione o vi hanno fatto riferimento. In epoca romana si era diffuso per un breve periodo a Benevento il culto di Iside, dea egizia della luna; l’imperatore Domiziano aveva anche fatto erigere un tempio in suo onore. Questo culto aveva già insiti alcuni elementi inquietanti, a cominciare dal fatto che Iside faceva parte di una sorta di Trimurti: veniva identificata con Ecate, dea degli inferi, e Diana, dea della caccia. Inoltre queste divinità avevano rapporti con la magia. Il culto di Iside sta probabilmente alla base di elementi di paganesimo che perdurarono nei secoli successivi: le caratteristiche di alcune streghe sono ricollegabili a quelle di Ecate, ed inoltre lo stesso nome con cui viene indicata la strega a Benevento, janara, sembra possa derivare da quello di Diana. Il protomedico beneventano Pietro Piperno nel suo saggio Della superstitiosa noce di Benevento (1639, traduzione dall’originale in latino De Nuce Maga Beneventana) fa risalire le radici della leggenda delle streghe al VII secolo.
All’epoca Benevento era capitale di un ducato longobardo e gli invasori, pur formalmente convertitisi al cattolicesimo, non rinunciarono alla loro religione tradizionale pagana. Sotto il duca Romualdo essi adoravano una vipera d’oro (forse alata, o con due teste), che probabilmente ha qualche relazione con il culto di Iside di cui sopra, dato che la dea era capace di dominare i serpenti. Cominciarono a svolgere un rito singolare nei pressi del fiume Sabato: alcune donne urlanti saltavano intorno ad un albero di noce da cui pendevano serpenti.
Inoltre, i longobardi erano soliti celebrare un rito guerriero propiziatorio in onore di Wotan, padre degli dèi: veniva appesa, sempre ad un albero sacro, la pelle di un caprone. I guerrieri si guadagnavano il favore del dio correndo freneticamente a cavallo attorno all’albero colpendo la pelle con le lance, con l’intento di strapparne brandelli che poi mangiavano. I beneventani cattolici avrebbero collegato questi riti esagitati alle già esistenti credenze riguardanti le streghe: le donne e i guerrieri erano ai loro occhi le lamie, il caprone l’incarnazione del diavolo, le urla riti orgiastici. Un sacerdote di nome Barbato accusò esplicitamente i dominatori longobardi di idolatria.
Secondo la leggenda, nel 663 il duca Romualdo, essendo Benevento assediata dalle truppe dell’imperatore bizantino Costante II, promise a Barbato di rinunciare al paganesimo se la città – e il ducato – fossero stati risparmiati. Costante si ritirò (secondo la leggenda, per grazia divina) e Romualdo fece Barbato vescovo di Benevento. Barbato stesso abbatté l’albero sacro e ne strappò le radici, facendo costruire nel posto una chiesa, chiamata Santa Maria in Voto. Romualdo continuò ad adorare in privato la vipera d’oro, finché la moglie Teodorada la consegnò a Barbato che la fuse ottenendo un calice per l’eucaristia.

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Le riunioni sotto il noce, uno dei tratti salienti della leggenda delle streghe, provengono quindi molto probabilmente da queste usanze longobarde; tuttavia si ritrovano anche nelle pratiche di culto di Artemide (la dea greca corrispondente ad Iside) svolte nella città di Carie.

I primi secoli di diffusione del cristianesimo furono caratterizzati da un’aspra battaglia contro i culti pagani, contadineschi e tradizionali. Il principio di base è che qualsiasi culto non rivolto all’unico Dio buono è, per esclusione, un asservimento al diavolo. Così si spiega la demonizzazione di rituali come quelli delle donne longobarde a Benevento, le quali divennero “streghe” in un senso anche più ampio rispetto a come erano intese dalla cultura popolare. Originariamente, infatti, la potenziale malvagità di queste donne non veniva inquadrata in senso religioso; fu il cristianesimo a dipingerle come donne che hanno fatto un patto col demonio, e come una sorta di opposto della Madonna, dedite ai riti orgiastici e portatrici di infertilità. Nei secoli successivi la leggenda delle streghe prese corpo. A partire dal 1273 tornarono a circolare testimonianze di riunioni stregonesche a Benevento. In base alle dichiarazioni di tale Matteuccia da Todi, processata per stregoneria nel 1428, esse si svolgevano sotto un albero di noce, e si credette che fosse l’albero che doveva essere stato abbattuto da San Barbato, fosse risorto per opera del demonio. Più tardi, nel XVI secolo, sotto un albero furono rinvenute ossa spolpate di fresco: andava creandosi un’aura di mistero attorno alla faccenda, che diveniva gradualmente più complessa.

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Secondo le testimonianze delle presunte streghe, il noce doveva essere un albero alto, sempreverde e dalle qualità nocive. Sono svariate le ipotesi sull’ubicazione della Ripa delle Janare, il luogo sulla riva del Sabato dove si sarebbe trovato il noce. La leggenda non esclude che potessero essere più di uno. Pietro Piperno, pur proponendosi di smentire la diceria, inserì nel suo saggio una piantina che indicava una possibile collocazione del rinato noce di San Barbato, nonché della vipera d’oro longobarda, nelle terre del nobile Francesco di Gennaro, dove era stata apposta un’iscrizione per ricordare l’opera del santo. Altre versioni vogliono il noce posto in una gola detta Stretto di Barba, sulla strada per Avellino, dove si trova un boschetto fiancheggiato da una chiesa abbandonata, o in un’altra località di nome Piano delle Cappelle. Ancora, si parla della scomparsa Torre Pagana, sulla quale fu costruita una cappella a San Nicola dove il santo avrebbe fatto numerosi miracoli.

Sull’esatta ubicazione del Noce ancora oggi gli studiosi non sono concordi, infatti anche dalle testimonianze medievali che ora si riportano, la descrizione dei posti fa pensare che ci fossero più punti in cui si radunavano le streghe, cosa questa che trova conferma nella leggenda originaria. Il luogo dove era collocato il Noce, quello sradicato da San Barbato, si pensa sia allo Stretto di Barba, gola sinistra sulla strada vecchia per Avellino, dove oggi sorge una chiesetta abbandonata, che apre la strada ad un bosco spettrale. Ad avvalorare questa ipotesi ci sono alcune descrizioni contenute in antichi testi. Si racconta di uomo chiamato Lamberto di Altavilla, della terra di Altavilla lontana sei miglia da Benevento; una sera partì da Benevento per Altavilla e, lungo la strada, vide una grande riuni­one di uomini e donne. Un’altra storia narra di una strega che si era recata al Sabba, ma sulla via per il ritorno era stata colta dall’alba e così abbandonata dal suo demone accompagnatore, cadde a terra sofferente e stremata, fu raccolta da un viandante sulla strada per Altavilla, un contadino che la portò a casa sua e se ne prese cura, ma fu troppo curioso, insisteva perché la donna gli rivelasse la verità sul luogo dove era stata la notte prima. La curiosità fu fatale al contadino, poichè di lui non si seppe più niente, di lui furono trovati solo i vestiti che indossava, dalla madre e dalle sorelle.

Tuttavia ci sono altre testimonianze, che ci fanno pensare che il luogo fosse un’altro, sempre lungo il fiume Sabato, ma più vicino alla città, in pianura e, strana coincidenza, anche in questo posto oggi sorge una vecchia chiesetta abbandonata, oltre ad un vecchio cimitero, i quali hanno probabilmente ispirato le storielle delle vecchie abitanti della contrada.
Paolo Grillando narra la storia di un contadino laziale che, vedendo la moglie uscire di notte di gran fretta e rincasare all’alba, la costrinse a farsi portare con lei.
Nonostante le sue raccomandazioni, di non pronunciare mai le parole, “DIO, Gesù” il contadino giunto al Sabba, chiese del sale per insaporire i pasti che gli erano offerti (le streghe non usano il sale) e poiché questo tardava, quando finalmente glielo portarono esclamo: “… sia lodato gesù, finalmente il sale…”
Tutto intorno a lui sparì e rimase solo e quasi morì di freddo, infatti questo luogo é in una pianura vicino al fiume Sabato, dove per l’umidità del fiume e per le vicine colline che lo circondano, vi é molto freddo.

Questo luogo é verosimilmente una zona poco abitata al di là del Ponte Leproso, dove inizia una stradina stretta; si incontra subito un grosso crocifisso che apre la strada il quale, quasi come un monito o una protezione, si mostra agli occhi di chi passa di lì.
Questo posto é molto caratteristico o meglio era perché la superstrada che hanno costruito, lo ha completamente rovinato; é abitato da anziane signore, spesso vedove e da poche famiglie che vivono lì da decenni. Oltre le poche case che sorgono nei pressi della vecchia chiesa stregata, c’é la piana del fiume Sabato. Questo luogo é infestato dai Folletti che non sono creature cattive, in quanto i poveri anziani contadini del posto non ne possono proprio più dei loro scherzi.
Infatti la passione dei folletti é quella di intrecciare il crine ai cavalli; a volte la notte infastidiscono gli animali e fanno un rumore del “diavolo”, ma i poveri contadini non riescono mai a beccarli sul fatto, sono solo costretti a dover sciogliere la criniera dei loro poveri cavalli.

Le storie che si raccontano in queste contrada sono storie di altri tempi, alcune saranno proposte in seguito. Le anziane signore vestite di nero della periferia le raccontano ai loro nipoti per farli stare buoni ed é un vero peccato, perché l’impressione è che questo immenso patrimonio folcloristico sia destinato a scomparire insieme a quelle vecchie signore, che non mettono in dubbio nemmeno per un momento l’esistenza reale, passata e attuale delle Streghe nere di Benevento.

La leggenda vuole che le streghe, indistinguibili dalle altre donne di giorno, di notte si ungessero le ascelle (o il petto) con un unguento e spiccassero il volo pronunciando una frase magica (riportata all’inizio della pagina), a cavallo di una scopa di saggina o, secondo altre versioni, in groppa ad un «castrato negro» voltandogli le spalle. Contemporaneamente le streghe diventavano incorporee, spiriti simili al vento: infatti le notti preferite per il volo erano quelle di tempesta. Si credeva inoltre che ci fosse un ponte in particolare dal quale le streghe beneventane erano solite lanciarsi in volo, il quale perciò prese il nome di ponte delle janare, distrutto durante la seconda guerra mondiale. Ai sabba sotto il noce prendevano però parte streghe di varia provenienza. Questi consistevano di banchetti, danze, orge con spiriti e demoni in forma di gatti o caproni, e venivano anche detti giochi di Diana. Dopo le riunioni, le streghe seminavano l’orrore. Si credeva che fossero capaci di causare aborti, di generare deformità nei neonati facendo loro patire atroci sofferenze, che sfiorassero come una folata di vento i dormienti, e fossero la causa del senso di oppressione sul petto che a volte si avverte stando sdraiati. Si temevano anche alcuni dispetti più “innocenti”, per esempio che facessero ritrovare di mattina i cavalli nelle stalle con la criniera intrecciata, o sudati per essere stati cavalcati tutta la notte.

Le janare, grazie alla loro consistenza incorporea, entravano in casa passando sotto la porta (in corrispondenza con un’altra possibile etimologia del termine da ianua, porta). Per questo si era soliti lasciare una scopa o del sale sull’uscio: la strega avrebbe dovuto contare tutti i fili della scopa o i grani di sale prima di entrare, ma nel frattempo sarebbe giunto il giorno e sarebbe stata costretta ad andarsene. I due oggetti hanno un valore simbolico: la scopa è un simbolo fallico contrapposto alla sterilità portata dalla strega, il sale si riconnette con una falsa etimologia alla Salus. Se si era perseguitati da una janara, ci si liberava di essa urlandole dietro «Vieni domani a prendere il sale!»; se si nominavano le janare in un discorso, si scongiurava il malaugurio con la frase «Oggi è sabato».
Oltre alle janare vi sono altri tipi di streghe nell’immaginario popolare di Benevento. La Zucculara, zoppa, infestava il Triggio, la zona del teatro romano, ed era così chiamata per i suoi zoccoli rumorosi. La figura probabilmente deriva da Ecate, che indossava un solo sandalo ed era venerata nei trivii (“Triggio” deriva proprio da trivium). Vi è poi la Manalonga (= dal braccio lungo), che vive nei pozzi, e tira giù chi passa nelle vicinanze. La paura dei fossi, immaginati come varchi verso gli inferi, è un elemento ricorrente: nel precipizio sotto il ponte delle janare vi è un laghetto in cui si creano improvvisamente gorghi, che viene chiamato il gorgo dell’inferno. Infine vi sono le Urie, spiriti domestici che ricordano i Lari e i Penati della romanità.
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Nelle credenze popolari la leggenda delle streghe sopravvive in parte ancora oggi, arricchendosi di aneddoti e manifestandosi in atteggiamenti superstiziosi e paure di eventi soprannaturali. Le persecuzioni delle streghe possono considerarsi iniziate con le prediche di San Bernardino da Siena, che nel XV secolo predicò aspramente contro di loro, con particolare riferimento a quelle di Benevento. Spesso egli le additava al popolo come responsabili delle sciagure, e senza mezzi termini affermava che dovevano essere sterminate. Un’ulteriore spinta alla caccia alle streghe venne data dalla pubblicazione, nel 1486, del Malleus maleficarum, di due frati domenicani tedeschi, che spiegava come riconoscere le streghe, processarle ed interrogarle efficacemente tramite le più crudeli torture. In questo modo, tra il XV e il XVII secolo furono estorte numerose confessioni di supposte streghe, le quali più volte parlano di sabba a Benevento. Si ritrovano elementi comuni come il volo, pratiche come quella di succhiare il sangue dei bambini, tuttavia si trovano discrepanze circa, per esempio, la frequenza delle riunioni. Nella massima parte dei casi le “streghe” erano bruciate, mandate al patibolo o comunque punite con la morte con metodi più o meno atroci.

Solo nel XVII secolo ci si rese conto che non potevano essere veritiere confessioni fatte sotto tortura. In epoca illuministica si fece strada un’interpretazione razionale della leggenda, con Girolamo Tartarotti che nel 1749 spiegò il volo delle streghe come un’allucinazione provocata dal demonio, o Ludovico Antonio Muratori che nel 1745 affermò che le streghe sono solo donne malate psichicamente. Ipotesi successive vorrebbero che l’unguento di cui le streghe si cospargevano fosse una sostanza allucinogena. Uno storico locale, Abele De Blasio, riferì che nell’archivio arcivescovile di Benevento erano conservati circa 200 verbali di processi per stregoneria, in buona parte distrutti nel 1860 per evitare di conservare documenti che potessero infiammare ulteriormente le tendenze anticlericali che accompagnarono l’epoca dell’unificazione italiana. Un’altra parte è andata persa a causa dei bombardamenti nella seconda guerra mondiale.

Streghe al rogo

Mariana di San Sisto.
Nell’anno 1456, Mariana venne accusata di andare con una sua compagna a danzare con i diavoli sotto un noce nel beneventano, torturata alla fine confessò. Andavano a rapire i bambini nella notte per succhiare da loro l’anima, e ne bevevano anche il sangue. Accusata di aver ridotto in fin di vita il bambino di Paolo Giacomo, detto il Barbiere, e Flora Schiavo, fu condannata al rogo.

Bellezza Orsini, 1600 circa.
Questa é la storia più famosa dalle nostre parti, era una strega dichiarata, era famosa per i suoi malefici e venefici. Era esperta di erbe e medicinali, un giovane in cura presso di lei, morì a seguito di una malattia e i suoi parenti accusarono Bellezza di averlo stregato e ucciso.
Questo fu solo l’inizio di una lunga serie di denuncie che seguirono.
Così fu condotta al carcere di Fiano e sottoposta a crudeli interrogatori, confessò che il luogo dei raduni era sotto il Noce e che le riuni­oni più importanti avvenivano ogni tre anni (ma si sa che non era affatto così, forse volle proteggere il culto), tra le altre cose diceva di possedere un libro con scritti tutti i “segreti del mondo“.
Condannata al rogo, si suicidò in carcere, colpendosi piu volte la gola con un chiodo.

Faustina Orsi, anno 1552.
Fu accusata di aver ucciso molti bambini dopo averli “stregati con le sue medicine“; anche lei confessò, pur con descrizioni meno dettagliate di quelle di Bellezza. Lei però affermava di aver commesso molte opere malvagie, ma anche di essersi pentita, infatti da più di due anni non si recava più al Noce. All’epoca del processo aveva 80 anni; l’anzianità e il suo pentimento non le risparmiarono il rogo. Morì bruciata come le altre streghe.
Abele De Blasio, studioso dell’argomento, ci dice che a Benevento erano conservati i verbali di oltre 200 processi per stregoneria, presso la Curia Arcivescovile.
Ma gli atti furono fatti sparire, distrutti probabilmente, nel 1860, prima dell’arrivo delle truppe garibaldine
, per evitare che fossero utilizzati come propaganda anticlericale nel difficile periodo che precedeva la presa di Roma.

“… io non conosco leggende che come questa siano diffuse in ogni parte del vecchio continente; salvo ovviamente la legge di adattamento, ond’essa è uscita qua è là modificata da elementi etnici, ma il nome di Benevento vi è sempre conservato …”
A. Jamalio da “La Regina del Sannio”

( notizie tratte da wikpedia.it e http://italianmisteryproject.net/ )

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